Le molte facce di Verona

Verona love is in the air

Articolo preso da: Federico Pistono blog

Cos’è Verona? O meglio ancora, chi è Verona? Verona è una ragazza giovane, capelli biondi e viso delicato, sorriso pungente e sarcastico, un po’ pazzerella e molto diverte. Verona è un neonazi, skinhead, un violento. Verona è una signora anziana che ti offre un sorriso tutte le mattina quando vai a prendere il pane, ti prende la mano con dolcezza e ti dice quanto sei bravo. Verona è un figlio di papà, auto con alettone posteriore, subwoofer a coni da 18 pollici e stemma della lega sul parabrezza. Verona è un collega che tornando dal pranzo ti porge una coppa gelato all’amarena, ma è il tuo compleanno? Nono, così, mi andava. In fondo Verona non è tanto diversa da molti altri posti. Gli eventi degli ultimi giorni hanno dato largo spazio ai portatori di disinformazione, che hanno dato sfogo alla loro creatività giornalistica nelle varie forme e colori.

C’è chi vuole demonizzare quei quattro ragazzi, chi minimizza, chi li difende e chi va oltre alla facciata dei giornali, oltre all’arena e al finto balcone di Giulietta e fa un’analisi più approfondita. Alcuni baluardi della disinformazione (il Corriere della sera e il Messaggero) hanno manipolato le foto dei quattro giovani veronesi per farli sembrare più cattivi e agguerriti. Bene. Focalizziamo l’attenzione sulle stupidaggini, sulle minuzie, demonizziamo quattro persone, diamo la possibilità a molti di lamentarsi di quest’ultimo fatto e dimentichiamoci del vero problema, della radice di tutto. Sì perché non sono tutti così a Verona, ma non sono nemmeno un caso isolato. Ognuno di noi deve essumersi le proprie responsabilità. Quando non affittiamo la casa a stranieri, anche se regolari lavoratori onesti. Quando affittiamo la casa a irregolari stranieri disonesti. Quando guardiamo male qualcuno sull’autobus solo perché ha dei pantaloni che non ci piacciono o la pelle troppo scura. Ah ma io non gli farei mai niente, io sto qui, loro lì, tutti felici, io sono tollerante. No. Tolleranza non vuol dire rispetto, non vuol dire accettazione e non vuol dire amore. Quella è tacita sopportazione. Una società civile non si basa su una infastidita sopportazione.

Giuseppe d’avanzo scrive Puoi essere picchiato per un nonnulla. Puoi prendere una bottigliata in testa per un amen. Non importa la ragione occasionale. Non è quello che conta. Non è per lo spino rifiutato che muore Nicola. Nicola muore, dicono, “perché ha il codino”, perché dunque è diverso, perché “non è conforme” e gli (improvvisati o professionali) addetti al futuro della città e alla custodia del suo passato e delle sue risorse escludono i diversi: “diverso – dice il procuratore Guido Papalia – è non solo il diverso per razza, ma diverso perché si comporta il mondo diverso; pensa diversamente; ha un atteggiamento diverso; si veste in modo diverso e quindi non può convivere nel centro della città che i razzisti vogliono chiusa ai diversi”. In uno stato di smarrimento sociale, si radunano per difendersi le persone spaventate – la paura è coltivata con sapienza a Verona che molto ha faticato per raggiungere il benessere di oggi. Passano all’azione in nome di “un’identità minacciata”. Identità, insegna Zygmunt Bauman, è un concetto agonistico. È come un grido di battaglia. Fragile e perversamente “coraggioso”, Raffaele sente quel grido, lasciata l’aula del “Maffei” e le fatiche democratiche di “maffeiano”.

Lo sente allo stadio dove impiccano il fantoccio di un calciatore “negro”. Lo ascolta forte nella propaganda dei “nazistoni” del “Blocco studentesco”. Lo intende nello stile di vita dei suoi compagni di bevute e di scorribande notturne tra le stradine della città. Afferra quel sentimento nella pianificazione del prossimo pestaggio, nelle risate, nella soddisfazione che segue. Raffaele avverte soprattutto che quel che fa, quel che pensa è condiviso perché in città c’è un sentimento che non lo biasima e non lo biasimerà. Hanno ragione Giulia e Simone.

È “politico” tutto questo? Quale ipocrita può negarlo: certo che lo è. E non vuol dire che ci sia un partito politico, una fazione di un partito politico, un gruppuscolo che organizza o programma quelle violenze. Vuol dire che c’è a Verona una “cultura” dell’esclusione che irrigidisce e sorveglia il confine tra “noi” e “loro” e “loro” diventano anche quei veronesi – moltissimi, e tra i moltissimi Nicola – che rifiutano o non avvertono il “potere seduttivo” di quell'”appartenenza”.

È difficile contestare che il sindaco di Verona, Flavio Tosi, alimenti la “naturalezza” di quel grido di battaglia “identitario”. Che diffonda il presupposto che “si appartiene per effetto della nascita”. Non per altro, qualsiasi cosa tu sia e faccia. Flavio Tosi non è un fascista. È un leghista che ama i fascisti, li coccola, li asseconda, forse cinicamente se ne serve. Oggi che la tragedia si è consumata, è evasivo, a volte frivolo, a volte ringhioso quando gli si ricorda che appena in dicembre ha sfilato accanto a nazisti del Veneto Fronte Skinheads; che appena qualche anno fa (11 settembre 2005) offrì le sue parole solidali – con una visita in carcere – a cinque giovani fascisti che avevano massacrato e accoltellato due ragazzi di sinistra, frequentatori di un centro sociale.

Significa forse che Verona è una città fascista? Non andrei così lontano, non è vero. Tuttavia è vero che permea un senso di esclusione, non accettazione del diverso molto più forte di altri luoghi in cui ho vissuto. Anche la collocazione geografica non aiuta, Verona è una città provinciale, nel mezzo della pianura padana, lontana da mare e confini, che è diventata multietnica in un periodo molto breve, ma non ha avuto il tempo di abituarsi al cambiamento. Molti non lo accettano. La segregazione è talmente evidente che si estende a anche a livello territoriale. Veronetta è il nostro Bronx, almeno a detta di molti. Ci ho vissuto per quattro mesi. Ero l’unico biondo-occhiazzurri-nonslavo. Mai subito un furto, mai stato aggredito, mai assistito ad una scena di violenza. Vado nella veronese Borgo Roma e sono testimone a tre furti e un pestaggio. Sarà. Ma l’esclusione del diverso esula dal fattore razziale, è un atteggiamento intrinseco di fastidio per coloro che pensano e si comportano diversamente.

Il mio caro amico Sebastiano sostiene che Verona è una città “bellissima piena di giovani di grande cuore“, ma anche “popolata da troppi mentecatti ed assassini“. Invita a non andersene, a rimanere, perché ad andarsene devono essere ” quei veronesi che anche in queste ore di dolore assecondano l’insorgere di odio e violenze, di ideologie criminali sepolte dalla storia“. Sono loro che non se lo meritano. È vero. Se guardo bene ci sono delle persone stupende e coraggiose, delle quali sono fiero di essere amico.

Non chiudete gli occhi, affrontate la realtà con un sorriso, non blindatevi di fronte alla facciata. Osservate con obiettività, non rinnegate la natura di una bellissima città con ampi spazi di miglioramento. Miglioratela voi, siate i fautori di una rivoluzione sociale e culturale, portate un po’ di pace e di comprensione. Ne sarete felici.

Federico Pistono

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